In evidenza – 16 Aprile 2023

Ogni mese, la nostra Parrocchia, deve pagare la rata del mutuo, stipulato nel 2016,  di 3.500 euro.

Grazie alla generosità di alcuni parrocchiani, ogni mese vengono donate offerte per 920 euro.
Per completare la rata del mutuo mancano ancora 2.580 euro mensili.

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In evidenza – 9 Aprile 2023

Ogni mese, la nostra Parrocchia, deve pagare la rata del mutuo, stipulato nel 2016,  di 3.500 euro.

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Santo Triduo Pasquale 2023

Messa nella Cena del Signore

Giovedì 6 aprile alle ore 18.30

Con questa Messa, che celebra l’istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio, nell’ultima Cena, ha inizio il Triduo Pasquale.
La Celebrazione inizia con l’accoglienza degli Olii Santi consacrati dal Vescovo nella Messa Crismale, e la Parola di Dio che si proclama in questo giorno, ci aiuta a verificare ”come” si celebra l’Eucarestia, alla luce del comando di Gesù “Così fate anche voi: lavatevi i piedi l’uno l’altro”. E’ per questo che durante la celebrazione si svolge il rito della Lavanda dei piedi

Venerdì nella Passione del Signore

Venerdì  7 Aprile
Preghiera comunitaria delle lodi alle ore 8.30
Azione Liturgica alle ore 18.30
In questo giorno non c’è la Celebrazione dell’Eucaristia.

Questa antichissima tradizione non è nata per dare l’idea del vuoto, ma per farci assaporare la pienezza del sacrificio unico di Cristo.
Nota essenziale di questo giorno è l’austerità. L’azione liturgica inizia con il silenzio, e le varie parti in cui si scandisce (Liturgia della Parola, grande preghiera di intercessione, Adorazione e bacio della Croce, Santa Comunione), sono sempre arricchite da questi silenzi contemplativi e meditativi, affinché si possa comprendere e gustare quanto la Parola e i gesti liturgici ci dicono.
N.B. Oggi è astinenza dalla carne e digiuno per donare il frutto delle nostre rinunce ai più bisognosi

Sabato Santo

Sabato 8 Aprile
preghiera comunitaria delle lodi alle ore 8.30

In questo giorno la Chiesa sosta in silenzio presso l’altare della reposizione, meditando la Passione e Morte del Signore astenendosi dal celebrare l’Eucarestia fino alla Veglia, quando l’attesa lascia il posto alla gioia pasquale.

Pasqua di Risurrezione

Solenne Veglia Pasquale alle ore 22 di sabato 8 aprile

Con la Veglia Pasquale di sabato 8 aprile, ha inizio il Giorno di Pasqua. La gioia della Resurrezione si protrae per 50 giorni fino a Pentecoste.
Per antichissima tradizione, questa è “la notte di veglia in onore del Signore”. Il fuoco, il cero e le candele in mano ai partecipanti, sono i primi simboli che incontriamo in questa notte e che riconducono al calore e alla luce, che sono segni di vita.
La Parola proclamata questa notte, ci guida a gustare la storia della salvezza che si è concretizzata in noi nel passaggio attraverso l’acqua del Battesimo.
La mensa dell’Eucarestia diventa veramente la gioia di assaporare la festa che il Signore prepara per i suoi servi fedeli e vigilanti.
Una gioia incontenibile si diffonde da questa notte in tutta la Chiesa e si comunica da ogni credente a ciascun uomo: Cristo è risorto!

Domenica di Pasqua

Domenica 9 Aprile

“Questo è il giorno fatto dal Signore, Alleluia”
Orario SS. Messe:
In chiesa: alle ore 8.30 – 10.30 – 12.
Nella Chiesina del Palazzaccio: alle ore 10
Nell’Auditorium del Centro Parrocchiale: alle ore 18.
Al termine di tutte le SS.Messe saranno benedette le uova pasquali.

In evidenza – 26 Marzo 2023

IL RICORDO DEI MARTIRI MISSIONARI

Il 24 marzo 2023 abbiamo celebrato la 31° Giornata dei Missionari martiri, facendo memoria di quanti hanno perso la vita durante il proprio servizio pastorale, uccisi poiché fedeli al Vangelo fino all’ultimo istante.

Il loro sacrificio non passi inosservato, diventi piuttosto stimolo ed esempio di totale dedizione all’annuncio della Buona Notizia tra gli ultimi della terra, laddove il messaggio di speranza di Cristo è quanto mai urgente e necessario. Non possiamo non ricordare con particolare attenzione suor Maria De Coppi, missionaria comboniana, uccisa in Mozambico nel corso di un’azione terroristica e la piccola sorella del Vangelo Luisa Dell’Orto, assassinata in un agguato tra i vicoli della capitale Haiti.
Entrambe spendevano l’intera vita rispondendo ai bisogni di due popoli martoriati da guerre, calamità, criminalità e soprusi. La loro testimonianza ci ricorda che persino in quei luoghi dimenticati da tutti e abbandonati alla sorte atroce della sopravvivenza, il Vangelo è più vivo che mai e nutre la forza di andare avanti, nonostante tutto, di crescere, migliorare, di dare un futuro ai propri figli e dignità a chi soffre la miseria.

Il martire è colui che non si tira indietro dal testimoniare la propria fede nonostante la minaccia di morte. La parola “martire”, infatti, deriva dal greco e significa “testimone”. Nella storia del cristianesimo sono tanti i martiri che, pur di non tradire la fede in Gesù Risorto, hanno messo a repentaglio la propria vita: Santo Stefano, il primo martire, ucciso per la sua fede in Cristo; i martiri dei primi secoli sotto l’impero romano, che vietava la professione del cristianesimo; ma anche nella storia recente, i martiri di alcuni Paesi comunisti, il cui regime proibiva ogni forma di fede religiosa; o nella storia attuale, i martiri in alcuni Paesi Arabi, dove l’Isis ha perseguitato tutti coloro che professavano una fede diversa dalla loro. “I martiri – dice Papa Francesco – sono quelli che portano avanti la Chiesa, sono quelli che l’hanno sostenuta e la sostengono oggi. E oggi ce ne sono più dei primi secoli. I media non lo dicono perché non fa notizia, ma tanti cristiani nel mondo, oggi sono beati perché perseguitati, insultati, carcerati. Ce ne sono tanti in carcere, soltanto per portare il simbolo della croce o per confessare Gesù Cristo! Pensiamo a questi fratelli e sorelle che oggi, in numero più grande dei primi secoli, soffrono il martirio!”
Il Papa sprona spesso a pregare per loro e ricorda che nei primi secoli di storia della Chiesa un antico scrittore diceva: “Il sangue dei martiri è seme dei cristiani”

Nell’anno 2022 sono stati uccisi nel mondo 18 missionari e missionarie: 12 sacerdoti, 1 religioso, 3 religiose, 1 seminarista, 1 laico. La ripartizione continentale evidenzia che il numero più elevato si registra in Africa, dove sono stati uccisi 9 missionari (7 sacerdoti e 2 religiose), seguita dall’America Latina, con 8 missionari uccisi (4 sacerdoti, 1 religioso, 1 religiosa, 1 seminarista, 1 laico) e quindi dall’Asia dove è stato ucciso 1 sacerdote. Negli ultimi anni sono l’Africa e l’America ad alternarsi al primo posto di questa tragica classifica: dal 2011 al 2021 per 8 anni l’America e per 3 anni l’Africa (2018,2019,2021).
Dal 2001 al 2021 il totale dei missionari uccisi è di 526.
Le poche notizie sulla vita e sulle circostanze che hanno causato la morte violenta di questi 18 missionari/e ci offrono immagini di vita quotidiana, anche se in contesti particolarmente difficili, contrassegnati dalla violenza, dalla miseria, dalla mancanza di giustizia e di rispetto per la vita umana.

Spesso hanno condiviso la stessa sorte dei missionari anche altre persone che erano con loro. Sacerdoti uccisi mentre stavano andando a celebrare la Messa con la Comunità che guidavano, a spezzare quel pane e a consacrare quel vino che sarebbero stati alimento e vita per tanto fedeli. Una religiosa medico uccisa mentre era di guardia al centro sanitario della Diocesi, pronta a salvare la vita di altre persone, e chissà quante ne aveva già salvate in passato. Una suora uccisa durante un assalto alla missione: invece di pensare a mettere in salvo la propria vita , si è preoccupata di andare a verificare che quella delle ragazze ospitate nel dormitorio fosse al sicuro. Ancora un laico, un operatore pastorale, ucciso mentre andava verso la Chiesa, a guidare una Liturgia della Parola per i fedeli di quella zona, che non avevano un sacerdote residente.
Testimoni e missionari della vita, con la loro vita, che hanno offerto fino alla fine, totalmente, gratuitamente, per gratitudine.

In evidenza – 19 Marzo 2023

LETTERA DEL NOSTRO VESCOVO PER IL CAMMINO PASQUALE

(Terza e ultima parte)

LA FEDE: UN TESORO

Nel Giappone di fine ‘500 vivono circa 300.000 battezzati, che hanno ricevuto l’annuncio della fede da missionari come San Francesco Saverio. Quando gli Shogun, con gli editti del 1587 e del 1612, scatenano una persecuzione implacabile e sistematica, si fa strage di preti (tra loro anche il Beato Angelo Orsucci, domenicano lucchese) e di fedeli. In pochi decenni tutto sembra finito, ma in alcune zone dell’arcipelago, piccoli gruppi di cristiani continuano a pregare, a trasmettere la fede, a copiare minuscoli brani di Vangelo, a battezzare i figli, a conservare la memoria dei martiri e dei luoghi degli imprigionamenti e delle uccisioni. Custodiscono la fede ricevuta tra mille pericoli, mime-tizzandosi tra i fedeli buddisti, per ben 250 anni: sette generazioni! Evidentemente, per ciascuno di loro la fede in Gesù Cristo rappresenta un autentico tesoro, che a nessun costo si può perdere.
La vicenda dei “cristiani nascosti” giapponesi, come quella dei tanti discepoli di Gesù che in ogni parte del mondo hanno pagato – e pagano! – un prezzo molto alto per la loro fedeltà a Cristo, testi-monia che l’adesione al Signore e l’appartenenza alla Chiesa sono un dono prezioso, perché apportano all’esistenza quello che niente e nessun altro può dare: la convinzione di non essere soli nel cammino, la capacità di amare tutti indistintamente, una speranza affidabile anche dinanzi alla morte. Ciascun testimone ripete per noi le parole di Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!”

RI-DECIDERE DI ESSERE CRISTIANI

Novanta giorni, dunque, per riscoprire il tesoro della fede, fino a decidere di nuovo, con rinnovata convinzione ed entusiasmo, di appartenere a Cristo e alla Chiesa, facendo del Vangelo e della persona di Gesù la luce e la forza delle decisioni quotidiane, in ogni campo dell’esistenza. Come fare?
La liturgia domenicale è quest’anno (ciclo A) particolarmente efficace nel riproporre un cammino catecumenale e mistagogico che riprende il kerygma (annuncio fondamentale) della fede: la Veglia pasquale ne è il fulcro e la Pentecoste il punto di arrivo. La qua-resima sarà bene dedicarla a smascherare le false “parole di vita” che ci allontanano da Dio e dalla comunità, rendendoci tristi, poiché non rispondono ai bisogni profondi di felicità e di pienezza; il tempo pasquale sarà propizio per riscoprire la bellezza dell’esistenza in Cristo e nella Chiesa, dono da vivere e da condividere con semplicità e allegria. Fissare in questo modo lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento (Eb 12,2), sarà favorito anche dalla conoscenza del nugolo di testimoni (Eb 12,1) che incarnano la bellezza e la fecondità umana della scelta di fede.
In ogni comunità ci sono o si conoscono persone e situazioni, di ieri e di oggi, capaci di mostrare come l’adesione a Cristo e alla Chiesa conduca a pienezza di vita e felicità. Non bisogna scomodare i grandi personaggi: si possono porre in evidenza anche i “santi della porta accanto”: i genitori che crescono con amore i figli, gli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, i malati che non perdono la speranza, le religiose anziane che continuano a sorridere, […] quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio (cf GeE 7).

I CREDENTI, UN DONO PER TUTTI

Scrivevano i vescovi italiani nel 1981: “Se non abbiamo fatto abba-stanza nel mondo, non è perché siamo cristiani, ma perché non lo siamo abbastanza” (CEI, La Chiesa italiana e le prospettive del Paese, n. 13). Amare e servire il Signore non è in concorrenza con l’amore e il servizio verso i fratelli, anzi lo fomenta e lo esalta più di qualsiasi ideologia o filantropia. Crescere nella fede non è quindi alternativo, ma propedeutico e complementare all’impegno nella carità: le comunità cristiane e i singoli credenti, man mano che lasciano en-trare Cristo nella propria vita concreta, sanno fare maggior spazio ai fratelli, vincendo l’egoismo e l’indifferenza. Al contrario, una Chiesa che lasciasse indebolire la relazione con il suo Signore si ritrove-rebbe demotivata e sfiduciata, incapace di donarsi con generosità e autenticità. Non lasciamoci dunque confondere da artificiose con-trapposizioni tra identità e servizio, tra verità e carità, tra preghiera e azione; l’esperienza dei santi anche qui ci viene in aiuto, mettendo in evidenza l’intima connessione tra tutte queste dimensioni.

GRAZIE PER LA VOSTRA FEDE!

Caro fratello, cara sorella, in questi quasi quattro anni di ministero episcopale nella Diocesi di Lucca ho potuto incontrare molte perso-ne e conoscere storie che mi hanno davvero edificato, poiché mi hanno mostrato come per tanti la fede sia stata ed è un tesoro, capa-ce di sostenere nelle prove, ispirare progetti di bene, dare gioia alla vita nonostante le difficoltà, suscitare un amore fedele oltre ogni fragilità, riscattare dalle cadute del peccato… Sono grato a Dio per tutto questo, perché mi ha aiutato nel mio cammino di fede e mi ha dato molta speranza per il futuro della Chiesa in terra lucchese.

Buon cammino pasquale a tutti noi!

+ Paolo Giulietti

Scarica il messaggio completo  del nostro Vescovo

In evidenza – 12 Marzo 2023

LETTERA DEL NOSTRO VESCOVO PER IL CAMMINO PASQUALE

(Seconda parte)

UN ATEISMO STRISCIANTE

Ci sono alcune espressioni, che si richiamano e completano a vicenda e che spesso capita di ascoltare (forse anche di dire), senza rendersi conto del loro effetto spiritualmente depressivo.

“Non c’è niente da fare”. I problemi sono tali e tanti che superano le possibilità di ciascuno; ciò che si riesce a fare appare come una piccola goccia nel mare. È evidente che non ha rilevanza, per cui non fa nessuna differenza il cercare o il non cercare di comprendere; il darsi o non darsi da fare; il provare o il non provare a fronteggiare le difficoltà. Questa obiezione è espressa quasi sempre in relazione alle grandi questioni del nostro tempo: la custodia del creato, la giustizia sociale, la pace… Essa, però, viene anche riferita all’ambito della vita personale o relazionale, dove certe situazioni di tensione, di limite o di sfida vengono ritenute superiori alle proprie forze.

“Non è possibile cambiare. Si è fatto sempre così”. Ci sono modi di fare e di pensare che si trascinano nel tempo, riproponendo situazioni di peccato, di ingiustizia, di divisione… o semplicemente trasformando la vita cristiana dei singoli e delle comunità in una sterile ripetizione di riti e di tradizioni di cui non si coglie quasi più il senso originario, ma che si continuano a celebrare stancamente, più per paura del nuovo che per intima convinzione.

“L’importante è godersi la vita”. Stanti così le cose, non vale davvero la pena sprecare energie e tempo per cercare di comprendere e attuare il Vangelo: è molto meglio cercare di prendere dalla vita – qui e adesso – tutto ciò che essa può dare in termini di soddisfazioni personali, condividendole al più con una ristretta cerchia di amici e parenti. Ciò non riguarda, evidentemente, solo l’ambito del divertimento, ma investe anche la sfera ecclesiale, dove la rinuncia a intraprendere nuovi percorsi di crescita umana e cristiana è il sintomo più eclatante della crisi di fede.

“Che vuoi che sia!” oppure “Che male c’è?”: espressione popolare di quel relativismo etico, “che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie” (J. Ratzinger, Omelia, 18 apr 2005), con poco o nullo spazio alla responsabilità, alla solidarietà e – in fin dei conti – alla fede.

Dove circolano queste frasi? Certamente nei contesti informali e amicali delle conversazioni da bar o nei social; c’è però una precisa linea culturale che, sotto le bandiere della libertà individuale, del primato dell’amore e del bisogno di divertimento, propaganda una visione profondamente egoista e seriamente disperata dell’esistenza: “mangiamo e beviamo, perché domani moriremo” (1Cor 15,32).

Si tratta di un ateismo pratico, che può anche convivere con la pratica di preghiere e devozioni, di fatto privo di ogni riferimento alla fede. Lavoro, studio, affetti, tempo libero, cittadinanza, fragilità… tutto ciò che ci appartiene come persone viene vissuto – di fatto – come se Dio non ci fosse.

PAROLE DI VITA?

Nel contesto “liquido” in cui ci troviamo, molti offrono “parole di vita”: proposte di felicità e di realizzazione di sé che si pongono – più o meno esplicitamente – come alternative alla visione che scaturisce dalla fede. Chi cerca di ispirare al Vangelo la propria esistenza viene invece tacciato di bigottismo, di arretratezza o di ingenuo idealismo, quando non viene additato come nemico del progresso o della vera civiltà. Al massimo si è disposti ad apprezzare le azioni in favore dei poveri, ma solo fino a un certo punto: se ad essere aiutato, infatti, è il carcerato, l’immigrato clandestino, il rom… o chiunque venga giudicato non meritevole di sostegno, allora si viene tacciati di buonismo o di ipocrisia.

Se poi si parla dell’appartenenza alla Chiesa, allora bisogna fare i conti con tutto quello che si pensa, si dice e si scrive attorno al Vaticano, alla pedofilia, alla ricchezza dei preti, all’omofobia e alla misoginia delle gerarchie, all’ipocrisia dei fedeli…

L’atteggiamento verso Papa Francesco sembra rappresentare un’eccezione, ma vale fino a quando egli non vada a ribadire il magistero sulla pace, l’accoglienza, la famiglia, la vita… In quel caso le simpatie mediatiche e popolari (non di rado fondate su un’errata e semplicistica percezione del suo insegnamento) lasciano il posto alle opinioni di cui sopra.

È un vero e proprio bombardamento culturale, che rafforza la titubanza dei dubbiosi, ma che mette in difficoltà anche i più convinti: la fede in Gesù, così fuori moda, così difficile da praticare e sostenere, sarà davvero una risorsa per una vita felice? La figura di persona, di famiglia, di comunità… che il Vangelo propone sarà sul serio capace di condurre a pienezza queste dimensioni dell’esistenza?

(fine 2ª parte – Continua)

Leggi il messaggio completo  del nostro Vescovo

In evidenza – 5 Marzo 2023

LETTERA DEL NOSTRO VESCOVO PER IL CAMMINO PASQUALE

Signore, da chi andremo?
Tu hai parole di vita eterna
e noi abbiamo creduto e conosciuto
che tu sei il Santo di Dio.
Gv 6,68-69

Caro fratello, cara sorella,
anche quest’anno ci lasciamo provocare dalla “novantina pasquale”, cuore dell’anno liturgico e momento di grande importanza per la nostra vita cristiana. Si tratta, infatti, dell’opportunità di rinnovare la nostra adesione a Cristo e la nostra appartenenza alla Chiesa, decidendo nuovamente che l’una e l’altra ci interessano davvero, anzi, che non possiamo in nessun modo farne a meno. Siamo invitati a cambiare modo di pensare e di agire, convertendoci al Vangelo, cioè scommettendo di nuovo la nostra esistenza su questa Parola che sembra spesso tanto lontana dall’agire quotidiano.

LE MOLTE DOMANDE POSTE DALLA VITA

Ciò che accade dentro e intorno a noi non di rado arriva a mettere in discussione la stessa sensatezza e la “convenienza” con l’umano della nostra scelta cristiana: instilla dubbi, fa vacillare le convinzioni, toglie vigore agli impegni, indebolisce i vincoli con i fratelli e le sorelle nella fede, intiepidisce l’entusiasmo…
Il rito delle ceneri, col quale diamo inizio al cammino, interpreta bene tale situazione: abbiamo bisogno di ri-orientarci a Gesù e al suo Vangelo, perché il fuoco interiore non divampa più, non diffonde più luce e calore sufficienti a illuminare la strada e a riscaldare il cuore.

Molti importanti avvenimenti, in effetti, possono aver concorso a tale situazione.

• È ormai trascorso un anno di guerra in Ucraina e le possibilità di pace appaiono sempre più lontane, nonostante gli appelli accorati del Papa e le preghiere di tanti credenti e di numerose comunità. La logica della violenza e del confronto armato sembra l’unica praticabile, come se non bastasse le teoria di morti, distruzioni e violenze sinora prodottasi; come se la drammatica possibilità di un ampliamento del conflitto e di un escalation nucleare non venissero considerati. Chi insiste a parlare del dovere evangelico di cercare seriamente un accordo che metta fine alla violenza passa per ingenuo, utopista, o – peggio! – sostenitore degli interessi dell’aggressore.

• Le ricadute economiche e sociali della pandemia e della crisi energetica fanno sentire il loro peso sulla vita delle famiglie, delle imprese e soprattutto dei giovani: la mancanza di opportunità e i lavori precari o malpagati inducono moltissimi di loro a manifestare scarsa fiducia nel futuro, minando alla radice le ragioni di ogni impegno personale e comunitario. Il Vangelo del Regno appare più una bella favola che una prospettiva da perseguire.

• La cultura sempre più segnata dall’individualismo, insieme il montare delle disuguaglianze, fa sì che molte persone si ritrovino sempre più sole, sempre più lasciate a se stesse e deprivate di quei legami che danno sapore alla vita. Anche la Chiesa viene sentita distante, più istituzione che casa, più rituale che affettiva, più formale che sostanziale. Lo stesso Cammino sinodale viene da molti avvertito come un adempimento da sbrigare, piuttosto che come un’opportunità positiva da cogliere.

• Il recente, devastante terremoto in Anatolia, con tutto ciò che si è scritto e detto attorno al rischio sismico che interessa tutte le terre del Mediterraneo, lascia un senso di incertezza e di precarietà, come se niente e nessuno, incluso Dio, possa conferire stabilità all’esistenza.

• Ci sono poi le vicende personali di ciascuno: le esperienze di fallimento, della perdita di persone care, della malattia, della necessità di cambiare casa, lavoro o città… vanno anch’esse a incidere sulla convinzione che la propria esistenza sia nelle mani di un Dio che è Padre e non patrigno, che sta dalla parte dei propri figli senza assenze o tradimenti.
Dinanzi a tutto questo, ha ancora senso vivere da cristiani? Partecipare alla Messa? Dedicarsi alla preghiera o alla carità? Prendere parte attiva alla vita della propria parrocchia? Assumersi qualche impegno per rendere il mondo migliore? Non è meglio preoccuparsi di tirare avanti, prendendo dalla vita quello che può dare e cercando di farsi meno male possibile?

(fine 1° parte – Continua)

Leggi il messaggio completo  del nostro Vescovo

In evidenza – 26 Febbraio 2023

45ª GIORNATA NAZIONALE PER LA VITA

La Giornata ha per tema «La morte non è mai una soluzione. “Dio ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte” (Sap 1,14)». L’auspicio dei Vescovi è che questo appuntamento “rinnovi l’adesione dei cattolici al ‘Vangelo della vita’, l’impegno a smascherare la ‘cultura di morte’, la capacità di promuovere e sostenere azioni concrete a difesa della vita, mobilitando sempre maggiori energie e risorse“.

Riportiamo la terza e ultima parte del Messaggio preparato dal Consiglio Episcopale Permanente della CEI per questa giornata.

La “cultura di morte”: una questione seria

Dare la morte come soluzione pone una seria questione etica, poiché mette in discussione il valore della vita e della persona umana. Alla fondamentale fiducia nella vita e nella sua bontà – per i credenti radicata nella fede – che spinge a scorgere possibilità e valori in ogni condizione dell’esistenza, si sostituisce la superbia di giudicare se e quando una vita, foss’anche la propria, risulti degna di essere vissuta, arrogandosi il diritto di porle fine. Desta inoltre preoccupazione il constatare come ai grandi progressi della scienza e della tecnica, che mettono in condizione di manipolare ed estinguere la vita in modo sempre più rapido e massivo, non corrisponda un’adeguata riflessione sul mistero del nascere e del morire, di cui non siamo evidentemente padroni. Il turbamento di molti dinanzi alla situazione in cui tante persone e famiglie hanno vissuto la malattia e la morte in tempo di Covid ha mostrato come un approccio meramente funzionale a tali dimensioni dell’esistenza risulti del tutto insufficiente. Forse è perché abbiamo perduto la capacità di comprendere e fronteggiare il limite e il dolore che abitano l’esistenza, che crediamo di porvi rimedio attraverso la morte?

Rinnovare l’impegno

La Giornata per la vita rinnovi l’adesione dei cattolici al “Vangelo della vita”, l’impegno a smascherare la “cultura di morte”, la capacità di promuovere e sostenere azioni concrete a difesa della vita, mobilitando sempre maggiori energie e risorse. Rinvigorisca una carità che sappia farsi preghiera e azione: anelito e annuncio della pienezza di vita che Dio desidera per i suoi figli; stile di vita coniugale, familiare, ecclesiale e sociale, capace di seminare bene, gioia e speranza anche quando si è circondati da ombre di morte.

Leggi tutto il messaggio

In evidenza – 19 Febbraio 2023

45ª GIORNATA NAZIONALE PER LA VITA

La Giornata ha per tema «La morte non è mai una soluzione. “Dio ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte” (Sap 1,14)». L’auspicio dei Vescovi è che questo appuntamento “rinnovi l’adesione dei cattolici al ‘Vangelo della vita’, l’impegno a smascherare la ‘cultura di morte’, la capacità di promuovere e sostenere azioni concrete a difesa della vita, mobilitando sempre maggiori energie e risorse“.

Riportiamo la seconda parte del Messaggio preparato dal Consiglio Episcopale Permanente della CEI per questa giornata.

Per una “cultura di vita”

Il Signore crocifisso e risorto – ma anche la retta ragione – ci indica una strada diversa: dare non la morte ma la vita, generare e servire sempre la vita. Ci mostra come sia possibile coglierne il senso e il valore anche quando la sperimentiamo fragile, minacciata e faticosa. Ci aiuta ad accogliere la drammatica prepotenza della malattia e il lento venire della morte, schiudendo il mistero dell’origine e della fine. Ci insegna a condividere le stagioni difficili della sofferenza, della malattia devastante, delle gravidanze che mettono a soqquadro progetti ed equilibri… offrendo relazioni intrise di amore, rispetto, vicinanza, dialogo e servizio. Ci guida a lasciarsi sfidare dalla voglia di vivere dei bambini, dei disabili, degli anziani, dei malati, dei migranti e di tanti uomini e donne che chiedono soprattutto rispetto, dignità e accoglienza. Ci esorta a educare le nuove generazioni alla gratitudine per la vita ricevuta e all’impegno di custodirla con cura, in sé e negli altri. Ci muove a rallegrarci per i tanti uomini e le donne, credenti di tutte le fedi e non credenti, che affrontano i problemi producendo vita, a volte pagando duramente di persona il loro impegno; in tutti costoro riconosciamo infatti l’azione misteriosa e vivificante dello Spirito, che rende le creature “portatrici di salvezza”. A queste persone e alle tante organizzazioni schierate su diversi fronti a difesa della vita va la nostra riconoscenza e il nostro incoraggiamento.

Ma poi, dare la morte funziona davvero?

D’altra parte, è doveroso chiedersi se il tentativo di risolvere i problemi eliminando le persone sia davvero efficace.
Siamo sicuri che la banalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza elimini la ferita profonda che genera nell’animo di molte donne che vi hanno fatto ricorso? Donne che, in moltissimi casi, avrebbero potuto essere sostenute in una scelta diversa e non rimpianta, come del resto prevedrebbe la stessa legge 194 all’art.5. È questa la consapevolezza alla base di un disagio culturale e sociale che cresce in molti Paesi e che, al di là di indebite polarizzazioni ideologiche, alimenta un dibattito profondo volto al rinnovamento delle normative e al riconoscimento della preziosità di ogni vita, anche quando ancora celata agli occhi: l’esistenza di ciascuno resta unica e inestimabile in ogni sua fase.
Siamo sicuri che il suicidio assistito o l’eutanasia rispettino fino in fondo la libertà di chi li sceglie – spesso sfinito dalla carenza di cure e relazioni – e manifestino vero e responsabile affetto da parte di chi li accompagna a morire?
Siamo sicuri che la radice profonda dei femminicidi, della violenza sui bambini, dell’aggressività delle baby gang… non sia proprio questa cultura di crescente dissacrazione della vita?
Siamo sicuri che dietro il crescente fenomeno dei suicidi, anche giovanili, non ci sia l’idea che “la vita è mia e ne faccio quello che voglio?”
Siamo sicuri che la chiusura verso i migranti e i rifugiati e l’indifferenza per le cause che li muovono siano la strategia più efficace e dignitosa per gestire quella che non è più solo un’emergenza?
Siamo sicuri che la guerra, in Ucraina come nei Paesi dei tanti “conflitti dimenticati”, sia davvero capace di superare i motivi da cui nasce? «Mentre Dio porta avanti la sua creazione, e noi uomini siamo chiamati a collaborare alla sua opera, la guerra distrugge. Distrugge anche ciò che Dio ha creato di più bello: l’essere umano. La guerra stravolge tutto, anche il legame tra i fratelli. La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione» (Francesco, Omelia al sacrario di Redipuglia, 13 settembre 2014).

(Seconda parte – Continua)

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In evidenza – 12 Febbraio 2023

45ª GIORNATA NAZIONALE PER LA VITA – 5 Febbraio 2023

La Giornata ha per tema «La morte non è mai una soluzione. “Dio ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte” (Sap 1,14)». L’auspicio dei Vescovi è che questo appuntamento “rinnovi l’adesione dei cattolici al ‘Vangelo della vita’, l’impegno a smascherare la ‘cultura di morte’, la capacità di promuovere e sostenere azioni concrete a difesa della vita, mobilitando sempre maggiori energie e risorse“.

Riportiamo il Messaggio preparato dal Consiglio Episcopale Permanente della CEI per questa giornata.

Il diffondersi di una “cultura di morte”

In questo nostro tempo, quando l’esistenza si fa complessa e impegnativa, quando sembra che la sfida sia insuperabile e il peso insopportabile, sempre più spesso si approda a una “soluzione” drammatica: dare la morte. Certamente a ogni persona e situazione sono dovuti rispetto e pietà, con quello sguardo carico di empatia e misericordia che scaturisce dal Vangelo. Siamo infatti consapevoli che certe decisioni maturano in condizioni di solitudine, di carenza di cure, di paura dinanzi all’ignoto… È il mistero del male che tutti sgomenta, credenti e non. Ciò, tuttavia, non elimina la preoccupazione che nasce dal constatare come il produrre morte stia progressivamente diventando una risposta pronta, economica e immediata a una serie di problemi personali e sociali. Tanto più che dietro tale “soluzione” è possibile riconoscere importanti interessi economici e ideologie che si spacciano per ragionevoli e misericordiose, mentre non lo sono affatto.
Quando un figlio non lo posso mantenere, non l’ho voluto, quando so che nascerà disabile o credo che limiterà la mia libertà o metterà a rischio la mia vita… la soluzione è spesso l’aborto.
Quando una malattia non la posso sopportare, quando rimango solo, quando perdo la speranza, quando vengono a mancare le cure palliative, quando non sopporto veder soffrire una persona cara… la via d’uscita può consistere nell’eutanasia o nel “suicidio assistito”.
Quando la relazione con il partner diventa difficile, perché non risponde alle mie aspettative… a volte l’esito è una violenza che arriva a uccidere chi si amava – o si credeva di amare –, sfogandosi persino sui piccoli e all’interno delle mura domestiche.
Quando il male di vivere si fa insostenibile e nessuno sembra bucare il muro della solitudine… si finisce non di rado col decidere di togliersi la vita.
Quando l’accoglienza e l’integrazione di chi fugge dalla guerra o dalla miseria comportano problemi economici, culturali e sociali… si preferisce abbandonare le persone al loro destino, condannandole di fatto a una morte ingiusta.
Quando si acuiscono le ragioni di conflitto tra i popoli… i potenti e i mercanti di morte ripropongono sempre più spesso la “soluzione” della guerra, scegliendo e propagandando il linguaggio devastante delle armi, funzionale soprattutto ai loro interessi.
Così, poco a poco, la “cultura di morte” si diffonde e ci contagia.

(Prima parte – Continua)

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