Premiazioni del Concorso Presepi

Giovedì 6 gennaio si è svolta, in Chiesa, la premiazione del V concorso “Il presepe in ogni casa” al quale hanno aderito ben 44 famiglie. Questi i risultati:

Presepe più Creativo

  • 1° Classificato: Veronica Esposito
  • 2° Classificato: Maria Rosa Berti
  • 3° Classificato: Marina Santori

Presepe più Originale

  • 1° Classificato: Antonella Viani
  • 2° Classificato: Lucia Rosa e i nipoti Lorenzo e Isabella
  • 3° Classificato: Giorgio Palla

Presepe più Bello

  • 1° Classificato: Michela e Cristian
  • 2° Classificato: Giorgio e Ivana Cavallo
  • 3° Classificato: Rebecca Stefani

Premi Speciali:

  • Presepe “vita di paese”: Giulio Cesare Artioli
  • Presepe più realistico: Francesco Morelli
  • Presepe universale: Francesco Mori

Veronica Esposito – 1° Premio sez. Creativo

Michela e Cristian – 1° Premio sez. Bello

Famiglia Fiorini – 1° Premio sez. Originale


Vedi tutte le Foto dei presepi premiati e degli altri in concorso

Tre vie per una pace duratura

 

Dal messaggio di Papa Francesco
per la 55° Giornata Mondiale della Pace

Papa Francesco riconosce che “nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico basato sull’individualismo.”
Per superare questa situazione indica tre vie.
La prima è il dialogo fra generazioni.
Per il Papa la crisi globale che stiamo vivendo “ci indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una politica sana”.
In questa chiave vanno perciò “apprezzati e incoraggiati i tanti giovani che si stanno impegnando per un mondo più giusto e attento a salvaguardare il creato“.
La seconda via indicata da papa Francesco per arrivare ad una pace duratura riguarda l’istruzione e l’educazione.
Il Pontefice osserva con amarezza che negli ultimi anni è “sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione.”
Al contrario invece le spese militari, invece, sono aumentate, superando il livello registrato al termine della “guerra fredda”, e sembrano destinate a crescere in modo esorbitante.
È dunque “opportuno e urgente – rimarca Francesco – che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti”.
Terza via indicata da Francesco per costruire la pace è “promuovere e assicurare il lavoro”.
Da questo punto di vista la pandemia da Covid-19 ha aggravato la situazione. In particolare, l’impatto della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato “devastante”.
Per il Papa “la risposta a questa situazione non può che passare attraverso un ampliamento delle opportunità di lavoro dignitoso”. E la politica “è chiamata a svolgere un ruolo attivo, promuovendo un giusto equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale” trovando “sicuri orientamenti nella dottrina sociale della Chiesa”.

LuccAccoglie

 

“LuccAccoglie” è un progetto sostenuto da un gruppo di cittadini lucchesi che si stanno impegnando per accogliere una famiglia siriana che vive da anni in uno dei campi profughi del Libano, in condizioni disumane. Per i profughi siriani è impossibile tornare nel proprio Paese d’origine: chi è fuggito durante la guerra per non essere ucciso e per non essere costretto ad uccidere, infatti, è considerato disertore e rischia l’arruolamento forzato o la detenzione.

L’arrivo della famiglia a Lucca avverrà attraverso i Corridoi Umanitari, uno strumento legale che dà la possibilità agli Stati europei, di fronte a crisi umanitarie, di concedere visti che garantiscono diritti e protezione. Questa modalità è un’alternativa alle pericolose e spesso mortali rotte migratorie che le persone sono costrette ad intraprendere per giungere in Europa.

L’obiettivo è quello di accompagnare la famiglia nel cammino di integrazione nella società italiana e di inclusione nel contesto lucchese, con la prospettiva del raggiungimento di una propria autonomia di vita, sociale, lavorativa ed economica.

Il progetto di accoglienza è portato avanti da un gruppo di volontari lucchesi disposti a dedicare tempo, capacità e risorse nel processo di integrazione e di autonomia della famiglia. Questi si dividono in “sostenitori economici” e “partecipanti attivi”.

Per il sostegno economico è indispensabile raccogliere sia un tesoretto iniziale di circa 15 mila euro sia una somma mensile necessaria al mantenimento della famiglia, la cui cifra varierà a seconda delle sue specificità. Speriamo di raggiungere al più presto questa cifra in modo da poter dare la nostra disponibilità per una di quelle famiglie che sono già inserite nelle liste dei corridoi umanitari ma che attualmente sono sprovviste di un’accoglienza in Italia.

Nel progetto “LuccAccoglie” sono coinvolti anche enti e associazioni a carattere locale e nazionale, come: Amani Nyayo, associazione di volontariato di Lucca che realizza interventi e progetti di cooperazione nel Sud del mondo e che ha sposato il progetto di accoglienza promuovendone attivamente la realizzazione; Operazione Colomba, attiva nel campo profughi di Tel Abbas, dove valuta le condizioni dei diversi nuclei familiari per una eventuale partecipazione ai Corridoi Umanitari; la Tavola Valdese e la Comunità di Sant’Egidio, che si occupano di organizzare l’arrivo della famiglia in Italia e di sostenerne economicamente il viaggio dal Libano al territorio italiano.

Per approfondire, visita il sito
http://www.amaninyayo.it/home/luccaccoglie

oppure la Pagina Facebook di LuccAccoglie


Se vuoi partecipare al progetto o vuoi ulteriori informazioni sulle iniziative di raccolta fondi, chiama il numero 340 3798835.

Martedì di ascolto

Gli incontri “Martedì di ascolto” possono essere seguiti sul

Canale Youtube della Diocesi di Lucca

Martedì 30 novembre ore 21 «In ascolto dei giovani» con don Armando Matteo (teologo)

Martedì 7 dicembre ore 21 «In ascolto dei poveri» con Paolo Ramonda (presidente nazionale Comunità Papa Giovanni XXIII).

Martedì 14 dicembre ore 21 «In ascolto del creato» con Cecilia Dall’Oglio (direttrice per l’Europa del Movimento cattolico globale per il clima).

Martedì 21 dicembre ore 21 «In ascolto della cultura» con Maria Pia Veladiano (scrittrice).

 

Preghiera in Famiglia


Scarica il
Sussidio per la Preghiera in famiglia
per il periodo di Avvento preparato dall’Ufficio Pastorale della Famiglia della Diocesi

I Vangeli: Quando e perché sono stati scritti?

Premetto che intendo limitarmi ai primi tre Vangeli. E’ cosa nota che ciascun evangelista non parla mai di sé. I nomi che ci sono noti «sono dovuti soltanto alla posteriore tradizione che parte dal II secolo… I veri autori si nascondono sia dietro la figura del protagonista dei loro racconti, sia dentro l’interesse generale che si sviluppò su di lui da parte delle varie e rispettive comunità cristiane, di cui gli scritti sono espressioni».

Leggi l’articolo di Don Stefano Tarocchi, biblista, sul sito di Toscana Oggi

I poveri li avete sempre con voi

Dal messaggio del Papa per la V° Giornata Mondiale dei Poveri

I poveri non sono persone “esterne” alla Comunità, ma fratelli e sorelle con cui condividere la sofferenza, per alleviare il loro disagio e l’emarginazione, perché venga loro restituita la dignità perduta e assicurata l’inclusione sociale necessaria.
D’altronde, si sa che un gesto di beneficenza presuppone un benefattore e un beneficato, mentre la condivisione genera fratellanza. L’elemosina è occasionale; la condivisione, invece, è duratura. La prima rischia di gratificare chi la compie e di umiliare chi la riceve. La seconda rafforza la solidarietà e pone le premesse necessarie per raggiungere la giustizia.
Insomma, i credenti, quando vogliono vedere di persona Gesù e toccarlo con mano, sanno dove rivolgersi: i poveri sono sacramento di Cristo, e rappresentano la sua persona e rinviano a Lui…

Rimane comunque aperto l’interrogativo per nulla ovvio: come è possibile dare una risposta tangibile ai milioni di poveri che spesso trovano come riscontro solo l’indifferenza quando non il fastidio? Quale via della giustizia è necessario percorrere perché le disuguaglianze sociali possano essere superate e sia restituita la dignità umana così spesso calpestata? Ci sono molte povertà dei “ricchi” che potrebbero essere curate dalla “ricchezza” dei poveri, se solo si incontrassero e si conoscessero! Nessuno è cosi povero da non poter donare qualcosa di sé nella reciprocità. Continua a leggere

Il saper dire addio e l’aiutare a dirlo

 

In questi giorni, laici e credenti, siamo accomunati dal ricordo dei defunti e potrebbe essere importante confrontarci con la domanda sul “Come dire “Addio?” e “Come aiutare gli altri a dirlo?”.
Addio: appena pronunci questa piccola parola ti sale un groppo in gola: struggente e malinconica, essa evoca il dolore che accompagna tutte le esperienze di distacco e perdita, soprattutto quelle di una persona cara.
Eppure, è una parola densa di mistero e di speranza che potremmo riscoprire nel suo dolce richiamo alla destinazione finale del nostro vivere e morire.
“A Dio”, ecco il tuo approdo! Da Dio a Dio: questo il nostro pellegrinaggio e non un vagabondare “dall’ostetrico al becchino”.
Dire addio ci chiede di imparare a vivere l’esperienza delle nostre “perdite” e dei nostri lutti, senza far finta di niente, senza scorciatoie, ma accettando di fare un lungo e tortuoso cammino.
Si tratta di attraversare l’ora dello sconcerto come quella della rimozione; l’ora dello scoraggiamento e della apatia, come quella della protesta e della rabbia, magari anche nei confronti di Dio. E ciascuno il cammino lo farà a suo modo, col suo ritmo e i suoi tempi, con un esito per nulla scontato, nella speranza di avere qualche solido punto di orientamento e, forse una guida e una compagnia.
Ma spesso, proprio accettando di camminare a tentoni e in solitudine, può emergere forte il richiamo di Dio e della sua grazia, la mite fortezza delle fede e il grido della preghiera, che possono condurre all’abbandono fiducioso, alla riconciliazione con se stessi, con la vita e finanche con la morte. Continua a leggere

Quale relazione è possibile con i nostri defunti?

 

Sulla realtà dei defunti la fede cristiana affonda le radici nell’esperienza religiosa del popolo d’Israele. L’attenzione è tutta rivolta alla vita terrena dell’uomo, l’unica della quale si abbia esperienza; oltre la morte tutto è oscuro (cf. Gb 14,10-28; Qo 12, 1-8).
L’idea di una sopravvivenza o, per essere precisi, di una vita rinnovata oltre la morte si affaccia parzialmente nella fede d’Israele alle soglie dell’era cristiana. Alcune scuole di pensiero, come quella dei farisei, propendono per una “resurrezione dai morti”, come testimoniano i passi di Mt 22,23-33 e At 23,1-10.
Sul versante della fede cristiana è decisiva l’esperienza dei discepoli di Gesù, che hanno visto ed incontrato vivo quel Gesù che avevano riconosciuto come maestro e visto morire sulla croce. Il Risorto appare loro, si comunica in una esperienza unica, della quale si sentono chiamati ad essere testimoni per il mondo intero.
Il Gesù che appare, facendosi riconoscere, scompare, lasciando in essi il compito della memoria da tramandare. Limpida è l testimonianza dei due discepoli di Emmaus (soprattutto Lc 24,31). Presenza e assenza del Risorto sono unite in modo paradossale, ma proprio questo paradosso è l’indice della provvisorietà della nostra esistenza, in cammino verso quella definitiva che riceve il nome di “vita eterna”, dono assoluto di Dio.
La parola entrata nel linguaggio comune è “paradiso” che ha un valore evangelico perché la troviamo nella promessa fatta da Gesù al cosiddetto buon ladrone: “oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23,43).
Ma il valore della promessa non è in un luogo dove vivere, bensì nella relazione assicurata: Gesù assicura al ladrone che sarà con lui, in comunione con la sua stessa vita. Continua a leggere

Con tutta la Chiesa iniziamo il cammino del Sinodo

 

Il 9-10 ottobre a Roma, Papa Francesco ha aperto il Sinodo universale che coinvolgerà tutte le diocesi del mondo sul tema “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione“.
Domenica 17 ottobre ogni diocesi dei quattro continenti ha aperto questo percorso a livello locale con varie celebrazioni.
In Italia questa occasione si integra con il “Cammino sinodale delle Chiese in Italia” che intende coinvolgere tutto il popolo di Dio in una riflessione corale sul futuro della vita e dell’azione delle comunità cristiane.
Nell’Arcidiocesi di Lucca l’intenso cammino sinodale si è aperto ufficialmente con tre celebrazioni, in ognuna delle tre aree pastorali del territorio.
Domenica 17 ottobre l’arcivescovo Paolo Giulietti ha presieduto una messa alle 11 nel Duomo di Castelnuovo di Garfagnana, alle 18 nella Cattedrale di San Martino a Lucca, alle 21 nella chiesa parrocchiale della Migliarina a Viareggio.
“Questo Cammino sinodale rappresenta un’opportunità per il percorso di riforma in atto nella nostra diocesi in tutte le nuove comunità parrocchiali” sostiene il nostro Vescovo, “poiché incoraggia ad ‘uscire’ nei territori per ascoltare persone e situazioni nuove”.
L’ascolto della realtà è un passaggio essenziale per il rinnovamento e la missionarietà, poiché consente di riconoscere i bisogni e le attese della gente, soprattutto dei poveri e delle nuove generazioni”. Continua a leggere

Come è nato il Rosario

 

La tradizione latina del primo millennio non conosce il Rosario. La preghiera per eccellenza era appunto il Salterio, i 150 salmi biblici pregati soprattutto nei monasteri.
Quando giunsero nei monasteri persone desiderose di vivere la vita monastica senza avere alcun rudimento del latino, tale condizione rendeva impossibile la partecipazione attiva nel canto dei salmi.
Alla fine del primo millennio, forse nei monasteri dell’Irlanda, si cominciò ad utilizzare, per coloro che non conoscevano il latino, una nuova forma di preghiera che in qualche modo avesse una relazione con il salterio. Per questi uomini fu proposto l’uso di sostituire la recita dei 150 salmi con altrettanti “Padre nostro”, da pregare mediante l’uso di una cordicella dove erano stati fatti 150 piccoli nodi.
Inizia così l’uso del cosiddetto Salterio dei poveri. Questo sistema di preghiera si diffuse in tutti i monasteri europei per gli stessi motivi.
Attorno al secolo XII si diffuse anche l’uso del saluto dell’Angelo a Maria. (Ave Maria, piena di grazia…)
Nelle istituzioni monastiche è annotato che il salterio dei poveri aggiungesse ai 150 Padre Nostro altrettante Ave Maria.
Si comincia così l’uso che segnò l’inizio della preghiera del Rosario, che diventerà un vero salterio mariano fatto appunto di 150 Ave Maria. Per la recita si continuò ad usare la stessa cordicella annodata, che conservò per molto tempo il nome di Pater Noster anche quando serviva a recitare solo le Ave Maria.
Nel secolo XIV, poi, il certosino Enrico di Kalkar portò la preghiera del Rosario più o meno al sistema che anche oggi conosciamo: egli suddivise il salterio mariano in 15 decine inserendo, tra una decina e l’altra, il Padre Nostro. Continua a leggere